Il “minimo sindacale”, anche in questi tempi di estinzione dell’articolo 18, è un’espressione che indica in senso lato una quantità minima di “qualcosa”, che dovrebbe essere sempre garantita. Può essere, appunto, una retribuzione salariale ma anche, rovesciando i termini, l’impegno minimo assicurato nello svolgimento di una certa mansione. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a frequenti e perduranti violazioni del principio del minimo sindacale. Un principio che, per esempio, vorrebbe che un comandante di una nave da crociera non la portasse a infrangersi contro uno scoglio o che un tesoriere non involasse il tesoro che è chiamato a custodire. Eppure questo è accaduto e accade. Non si chiedeva a Schettino di essere il miglior nocchiero della storia ma solo di tenersi lontano dagli spuntoni rocciosi che sono segnati sulle carte nautiche così come non si chiedeva a Lusi di incrementare attraverso chissà quali ardite manovre finanziarie il peculio della Margherita ma giusto che tenesse i bilanci in ordine. E, oggi, non si chiedeva a un sindaco di rendere invulnerabile una città alla neve ma giusto di sapere che 35 mm di precipitazioni corrispondono a 35 cm di neve e che il sale alimentare non è adattissimo a sciogliere lastre ghiacciate. Così come nel 2008 si chiedeva, allo stesso sindaco, di sapere svuotare le caditoie e i tombini dalle foglie per evitare che l’urbe venisse allagata dal Tevere. Eppure ci sono state tutte queste violazioni del principio del minimo sindacale, ci sono stati gli Schettino, i Lusi, gli Alemanno. Rappresentanti di quell’Italia dei cialtroni di cui saremo sempre vittime se le nostre reazioni si limiteranno solo a frasi di colpevole, quanto inutile, confessione: “siamo stati fregati”.
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